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Indaco da guado polvere (Isatis tinctoria)

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La storia dei colori ha radici lontane, il blu di guado è un pigmento vegetale tra i più antichi nella storia dell’ umanità.
Guado è il nome comune dell’Isatis tinctoria, pianta della famiglia delle cruciferae, del genere brassicacee

E’ presente in Europa sin dal periodo Neolitico. La sua coltivazione, diretta esclusivamente alla produzione di pigmento blu per fibre tessili, è stata una delle più diffuse durante tutto il Medioevo ed il Rinascimento.

Nel Montefeltro, tra il XIV e XVII secolo il commercio di questo prezioso prodotto diede un forte impulso allo sviluppo economico e sociale della regione che ben presto divenne rinomata in tutta Europa quale principale centro di produzione e commercio. Qui si svolgeva la coltivazione delle piante di guado, la macinazione delle foglie, l’estrazione del pigmento, la tintura delle fibre, la cardatura e la filatura.
Durante il rinascimento il guado trovò un’infinità di impieghi nel campo delle arti. Si usava il guado per decorare i manoscritti, per dipingere acquarelli ed affreschi e per le decorazioni della terracotta.
Nel Codice Atlantico Leonardo riporta la ricetta “per fare indaco” e ottenere diverse gradazioni di tinta; regola la preparazione della sostanza colorante, senza troppo perdersi nei dettagli: chiama genericamente indaco quello che in realtà corrisponde all’indaco da guado, notoriamente distinto dall’indaco indiano. Il blu turchino che ottiene dalla sua ricetta lo utilizza poi nei suoi dipinti.

Nel Medioevo il guado era diventato uno dei prodotti più desiderati in Europa. La coltivazione ed il commercio del pigmento fresco fecero la fortuna di numerose città europee come Urbino e San Sepolcro in Italia, Erfurt in Germania e Tolosa in Francia.
La prosperità portata in questi territori dal commercio di guado, detto anche “cuccagna”, fu tale da dare origine all’espressione comune “paese della cuccagna” per alludere ad un luogo pieno di ricchezze.
Nel 1500 gran parte dell’economia europea era collegata al commercio di guado.
Il blu ricavato dal guado costituisce la base e l’ispirazione cromatica di numerosi dipinti di Piero della Francesca, il cui padre era un ricco mercante di guado di San Sepolcro.

Il colore guado veniva usato soprattutto dai tintori per la coloritura delle lane e delle sete utilizzate per i grandi arazzi rinascimentali. Infatti molti arazzi medioevali giunti sino a noi, come l’Arazzo di Bayeux o l’arazzo dell’Apocalisse sono tinti in guado. Il colore, che ha superato i secoli è rimasto inalterato, dimostrando la sua straordinaria solidità..
La fortuna del guado iniziò a declinare con l’introduzione dell’Indaco nel mercato europeo ad opera dei mercanti arabi.
Rispetto al guado, l’indaco presentava il vantaggio di avere un metodo di estrazione del pigmento molto più semplice ed economico e per questo, in tempi brevissimi, sostituì il guado nella produzione del pigmento blu.
Nel XVI secolo l’indaco fu vietato in alcuni Paesi, per le proteste dei produttori di guado.
Il commercio del guado riprese durante l’epoca napoleonica. Napoleone lo scelse, infatti, per tingere le uniformi del suo esercito, ciò in virtù dell’estrema versatilità del colorante adatto a colorare sia tessuti modesti che i più preziosi.
Nel 1806 Napoleone, con una serie di decreti dispose, tra gli altri, il divieto di importazione dell’indaco. Propose quindi di riprendere la coltivazione del guado. Fece redigere nuovi disciplinari di tintura.

La coltivazione:

Le foglie di guado venivano portate ai mulini dove le macine riducevano la massa di foglie in poltiglia. Questa poltiglia veniva poi modellata e divisa a mano in piccole palle.
Le palle di guado (cuccagne) erano lasciate asciugare su dei graticci per diverse settimane fino a che non diventavano dure.
Una volta essiccate le palle di guado venivano sbriciolate, immerse nell’acqua a macerare e, quindi, lasciate a fermentare con urina e aceto fino a quando l’intero composto non assumeva una colorazione scura.
La pasta di guado così ottenuta veniva essiccata, ridotta in polvere e conservata dentro dei barili. Il colorante era pronto e veniva conservato o venduto ai tintori.
Quando si doveva procedere alla tintura, il preparato veniva fatto rifermentare a caldo in tinozze e si procedeva alla colorazione dei tessuti.

 

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